venerdì 24 luglio 2020

Lo Stemma Crociato di Milano


LO STEMMA CROCIATO DI MILANO

Origini e Corone


Lo stemma della città di Milano è araldicamente così descritto:
"d'argento alla croce di rosso, cimato da corona turrita (un cerchio d'oro aperto da otto pusterle - 5 visibli - riunite da cortine di muro, il tutto d'oro e murato di nero) e circondato ai lati nella parte inferiore da fronde verdi di alloro e di quercia annodate con un nastro tricolore".

Sulle origini dello scudo crociato si sono avute molte opinioni. La più diffusa è riconoscere nel 1096, durante la prima Crociata, i lombardi e molti milanesi guidati da Giovanni da Rho, che valorosi andarono alla conquista della Terra Santa. Furono i primi a piantare il loro vessillo sulle mura di Gerusalemme e per distinguersi dagli altri crociati dovettero adottare un proprio emblema. Si accordarono di fregiarsi di quello per il quale erano andati a combattere, la croce: alla partenza tutti i lombardi portarono la croce rossa sulla loro bandiera e sul petto. Il campo bianco fu ispirato alla candida camicia con cui i combattenti erano soliti coprire la loro armatura in metallo, per difenderla dal caldo sole della terra di Palestina. La norma araldica istituitasi a seguito chiedeva di sovrapporre il colore, il rosso, soltanto su uno smalto (argento o oro: il bianco rappresentava convenzionalmente l'argento). Al ritorno dalla Terra Santa molti furono i lombardi che scelsero come insegna della propria città l'emblema crociato. La conferma dell'uso dell'emblema crociato milanese a partire dalla fine del XII secolo, è data anche da notizie di cronisti coevi.

Si ricorda che alla caduta di Milano sotto il Barbarossa nel 1162, le insegne maggiori rappresentanti l'intera città erano ben tre:
il Vexillum Publicum (del Comune) bianco con la croce di rosso;
il Vexillum della Civitas, insegna militare da campo bianca col biscione azzurro (a seguito stemma visconteo-sforzesco);
il Vexillum del Populus con l'effige di Sant'Ambrogio.

Si ritiene che la più antica raffigurazione del vessillo pubblico, insegna del Comune d'argento (bianco) con la croce di rosso, che veniva portato nei cortei al seguito dei consoli della città, sia quella del famoso bassorilievo di Porta Romana, ora nel Museo d'Arte Antica del Castello Sforzesco. E' rappresentato il ritorno dei milanesi in città nel 1167, dopo la distruzione del Barbarossa.
Vari nel tempo furono i tentativi di far comparire intorno allo scudo crociato alcuni ornamenti accessori per sostenerlo. Col passare dei secoli l'ornamentazione andò semplificandosi, fino ad arrivare alla sola corona con fronde verdi d'alloro e di quercia, annodate in basso con un nastro, generalmente tricolore.



Curiosità:
La corona, ornamento che secondo le regole araldiche avrebbe dovuto sormontare lo scudo, nello stemma di Milano non fu mai quella araldicamente adatta. Non ducale, quando la città fu la residenza ufficiale del duca; non regale quando divenne città regia.
Gli elenchi a stampa del Consiglio Generale della città mostrano a partire dal 1581 e fino al 1795 l'uso della corona ducale.
La corona turrita posta con Napoleone, anche se non conveniva ad una città che più non conservava fortificazioni, fu usata a lungo tanto da comparire ancora nel 1939.
Durante il Regno Lombardo-Veneto (1815/1866) fu la Corona Ferrea a sormontare lo stemma.
Nel 1941 l'Amministrazione Comunale, dopo aver fatto eseguire ricerche approfondite presso il proprio Archivio Storico, decise di chiedere al Governo l'autorizzazione a porre sopra il proprio stemma la corona ducale, in base ai propri documenti e secondo le disposizioni del Regolamento tecnico araldico del 1905, che disciplinava le varie forme di corona sormontanti gli stemmi delle province e dei comuni italiani.
"Da un esame di atti dell'Archivio Storico risulta che la prerogativa di Ducato al Territorio di Milano deriva dal privilegio del 1° Maggio 1395 dell'Imperatore Venceslao, che nominò Duca Gian Galeazzo Visconti. Da allora Milano divenne sede del Ducato e come tal fu sempre denominata negli atti. Ciò appare anche in un ordine del 19.03.1764 dell'Imperatrice Maria Teresa d'Austria, nel quale fra gli altri titoli, ha quello di Duchessa di Milano. Tutti i signori che si sono susseguiti nel dominio dello Stato di Milano fino al 1796, anche se imperatori, si erano intitolati duchi di Milano.
Si ritiene errore il riconoscimento della corona principesca, accordato nel 1815 dall'Imperatore d'Austria col titolo di Città Regia alla città di Milano: tale corona è simile ma non uguale a quella ducale, il fatto è estraneo alle ragioni storico-giuridiche sulle quali si basa la richiesta di riconoscimento della corona ducale. L'Austria, nel desiderio di equiparare la condizione del Regno Lombardo-Veneto agli Stati ereditari, non voleva né poteva riconoscere situazioni speciali per singole città e riconobbe che a tutte le città di Lombardia spettasse il titolo di Città Regia, riconoscendo a tutte la corona principesca, nello stesso modo che ai figli del Re spetti la corona di Principe".

Ancora negli anni '60 Milano non aveva ricevuto risposta a questa richiesta.
Nel frattempo Milano continuò e continua tuttora ad utilizzare la corona turrita stabilita dal Regolamento Tecnico Araldico per le città. La regolamentazione legale degli ornamenti da città fu comunque decretata da Milano nel 1932.

Fonte Wikimedia.org


Lettura Consigliata:
Milano e il suo Stemma
Giulia Bologna
Comune di Milano - Archivio Storico Civico e Biblioteca Trivulziana
1989 - 152 pag


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martedì 7 luglio 2020

Dizionario Gastronomico Meneghino


DIZIONARIO GASTRONOMICO MENEGHINO

Vecchia Milano in Cucina

Natura morta con piatto di peltro, gamberi, limone, ampolle di vetro, pane e bottiglia di vino -
Pitocchetto (Giacomo Ceruti) - 1750/60 - Pinacoteca di Brera

La cucina, per quanto umile e domestica, è una delle piccole arti di cui si è sempre occupata l’umanità, lasciandovi la propria impronta.
Il presente dizionario è costituito da oltre duemila vocaboli dialettali disposti in ordine rigorosamente alfabetico secondo la scrittura milanese tradizionale. Si propone qui una lettura breve, in ordine alfabetico dalla A alla Z, di vocaboli selezionati. Sono quei vocaboli che si sono sicuramente sentiti in cucina dalla nonna e sono quei vocaboli che ancor oggi, forse, non smettiamo mai di dire e di utilizzare.


A
agént di tàss: arnese da tavola per togliere il midollo dagli ossi buchi. Così chiamato perché, se vuole, scava in profondità
andà insèma: cagliarsi, detto del latte, della maionese e simili
aràs: colmo. Quell biccer l’è pien aràs: quel bicchiere è pieno fino all’orlo. On cugiaa aràs aràs de zuccher: un chiaio stracolmo di zucchero

asee: aceto. Mètt giò in l’asee: mettere sott’aceto

B
baffiós: dicesi di vino rosso, generoso e carico di colore, tale che bevendolo lascia come due baffi sul labbro superiore.
bandiroeù: pesce persico novellino, così chiamato perché un tempo ne era vietata la pesca
barbajàda: bevanda di cacao e latte, inventata dall’impresario teatrale Domenico Barbaja (Napoli 1778-1841) al Caffè dei Virtuosi sito all’inizio della via Manzoni
barbèll/barbèlla: bargiglio; escrescenza rossa carnosa che pende sotto il becco dei galli ed è ottima, con le creste, in frittura
basgiàna: fava (Vicia faba), noto legume. Fà giò i basgiànn: sgranare, sgusciare le fave
baslòtt: grossa ciotola o catino in legno, terracotta o altro materiale, usata per servizio di cucina
battùda: trito e pesto di lardo con verdure, prosciutto, carni o uova per ripieni o condimento
benìs: confetto. Mangià i benìs: andare a sposo
biéda: bietola, varietà di barbabietola da orto con foglie e costole fogliari bianche commestibili
biò-biò: radicchio bianco, chiamato anche barbètta. Il termine deriva dal grido col quale i venditori ambulanti lo annunciavano per le strade
boìs: rosticciere. Termine alquanto spregiativo, perché i boìs erano i rivenditori di cibi cotti di infima categoria. Si chiamava così di cognome quel francese che alla fine del ’700 introdusse a Milano questo tipo di negozio
bonètt: forma di rame stagnato per budini, pasticci, gelatine ecc.
brancàda: manciata. Unità di misura molto usata in cucina. El risòtt el se fa cónt ona brancàda de ris a persòna: la giusta quantità di riso per un risotto è una manciata per persona
brisìn: pochissima quantità. On brisìn de saa: una presina di sale
brusaroeùla: padella di ferro col fondo tutto forato per arrostire le castagne
busaròtt: noce di qualità scadente perché ha il gheriglio che non si stacca dal guscio

busción: tappo, turacciolo di sughero. Fà saltà via el busción: stappare una bottiglia

C
campagnoeù: pollo ruspante
canarúzz: esofago
carsénza: crescenza, formaggio molle da mangiare fresco. Con questo nome si indicava anche una focaccia di pasta lievitata, di forma rotonda e schiacciata, che poteva essere di diverse qualità
càrta de ròst: tipo di carta che si adopera per cuocere certe vivande al forno avvolgendola loro intorno (il cosiddetto cartoccio)
carùspi: torsolo della frutta (mele, pere e simili), cioè la parte centrale contenente i semi che resta dopo aver tolto la polpa intorno
cavàgn/cavàgna: paniere, cesta. Di regola, il primo è più piccolo della seconda ed ha spesso il coperchio che quella non ha mai. Cavagnoeù: cestello
cazzuu: mestolo, noto arnese da cucina
cestèll: contenitore in vimini, metallo o plastica usato per il trasporto delle bottiglie dalla cantina o dal negozio alla dispensa
ciàccer: chiacchiere, dolci fatti di farina, uova e zucchero, tirati a sfoglia e fritti nell’olio
ciciartàia: bevanda effervescente fatta con acqua, acido citrico ed acido tartarico (impropriamente chiamata magnesia effervescente)
cónscia: condimento, intingolo; anche l’infusione di sostanze aromatiche nel vino, oppure l’aggiunta di liquori o alcol alla frutta
còst: foglie adulte della bietola, con grossa costola bianca centrale crepee: granita, bibita di sciroppo e ghiaccio finemente tritato
cucurucuu: gheriglio della noce


D
dacquà: innaffiare, ma anche allungare con acqua
deslenguà: sciogliere, liquefare. Al cald el butter el s’è deslenguaa = al caldo il burro si è liquefatto
desquattà: scoprire, scoperchiare
disnà: pranzo; il pasto principale della giornata. Dopodisnà o podisnà = le prime ore del pomeriggio. Il termine disnà è usato anche come verbo = desinare
dólz-e-brùsch: agrodolce; tipo di sapore o condimento in cui sia presente il gusto agro di limone o aceto e quello dolce di zucchero e simili


E
erbabòna: semi di finocchio. Erbabòna fa fenòcc = proverbio che vale: dal buono nasce buono
èrba cedràda/èrba limonzìna: cedrina, arbusto delle Verbenacee, le cui foglie, che emanano un gradevole odore di limone se stropicciate, servono a preparare un infuso o un liquore digestivo
èrb d’odór: erbe odorose che si aggiungono alle pietanze per migliorarne il sapore, come l’erborin = prezzemolo
erbión: pisello, seme della pianta omonima


F
fàtt: con poco sale, insipido. Dal latino fatuus
fidelìtt: vermicelli; tipo di pasta a fili sottili per minestre in brodo. I vermicelli più grossi si dicono fidelòtt
fiòcca d’oeùv: bianco d’uovo montato a neve
firón: schienale; il complesso delle vertebre degli animali macellati, allestito per diventare vivanda. Per similitudine, anche la fila di castagne cotte al forno e legate tra loro con spago
foètt: frustino; arnese da cucina costituito da fili di ferro ripiegati e fermati nel manico, che serve per battere le uova, la panna e simili
fraa: grumo che talvolta si forma nella polenta, nel semolino e simili per non perfetta rimestatura
fregón: strofinaccio. Fregón di piatt = telo di cotone o lino per asciugare le stoviglie
fregùja: briciola


G
galìtt: germogli delle rape, ed anche i talli di cavolo con qualche foglia
gandioeù: nocciolino delle ciliegie
gandólla: nòcciolo, osso della frutta come pesche, susine e simili
giambèlla: panino dolce di forma ovale. La giambèlla milanese non va confusa con la ciambella italiana che è di forma tonda con il foro in mezzo
giambonìtt: costolettine di maiale
gingioàri: zenzero
gnàccia: castagnaccio; schiacciata di farina di castagna al forno, spesso con zibibbo, semi di finocchio, pinoli, mandorle


I
imboraggià: coprire con pan grattato e uovo la carne o altro che viene poi fritto
impeverà: cospargere di pepe, condire con pepe
inciòda: acciuga
inleccardì: rendere ghiotto, diventare o far diventare ghiotto
intevedì: intiepidire; riscaldare leggermente una pietanza fredda o rinfrescarne una calda


L
làor: alloro
leàtegh: aleatico; vino rosso da fine pasto prodotto con uve Aleatico; colore rosso granato, odore aromatico, sapore dolce; può invecchiare alcuni anni
legnàzz: sughero
lèmm: legume in genere
levaa: lievito
lìra: libbra; antica unità di misura milanese di peso equivalente a grammi 762 se composta di 28 once (lìra gròssa) o a grammi 327 se di 12 once (lìra suttila). L’oncia, detta ónza, equivaleva a 27,2 grammi
lòcch: crema di uova, olio di mandorle dolci, zucchero e gomma arabica che si usava un tempo come dolce rimedio contro tossi ed irritazioni di gola che colpivano chi, a S. Biagio, non aveva mangiato il panettone di Natale
loeùva: pannocchia, specialmente quella di mais
lorión: mirtillo
lovertìs: luppolo

venerdì 26 giugno 2020

UFFICIO POSTALE AMBULANTE

Letture & Approfondimenti
Giornali & Riviste

UN UFFICIO POSTALE AMBULANTE
I progressi nei Pubblici Servizi
La Domenica del Corriere
  26 giugno 1904


La settimana scorsa è entrata in attività a Milano una vettura postale elettrica che rappresenta una assoluta novità non pur in Italia, ma in Europa. Essa è un completo ufficio postale, in proporzioni minuscole, riservato al servizio di corrispondenza per la città. In un'ora e 22 minuti tale furgone compie il giro della zona interna, lungo 23 chilometri circa, procedendo man mano alla vuotatura di tutte le cassette. Nell'interno, degli impiegati, appena ricevono le lettere, le timbrano e le suddividono in tante caselle quanti sono i portalettere che dovranno recapitarle nei vari quartieri alla fine del giro. In tal modo una lettera giungerà a domicilio al più tardi dopo due ore e mezza dalla sua impostazione, perché il furgone, appena compiuto un giro, ne inizia subito un altro, e così via ogni giorno dalle 6 alle 19. Il nuovo furgone postale elettrico è provvisto di leggerissimi accumulatori, sì che nonostante le considerevoli sue dimensioni non pesa in assieme che 1400 chilogrammi e può procedere con una velocità di 23 chilometri all'ora. Ha ventilatore per l'estate e riscaldamento per l'inverno. Esso esce dalle officine Camona, Giussani, Turrinelli e Co., di Sesto San Giovanni.
 

Ringrazio l'amico collezionista Mirko Valtorta, per avermi concesso la lettura cartacea di questo settimanale.

La Domenica del Corriere è stato un popolare settimanale italiano fondato a Milano nel 1899 e chiuso nel 1989. Fortemente voluto da Luigi Albertini, allora direttore amministrativo del Corriere della Sera,apparve per la prima volta nelle edicole l'8 gennaio 1899 come supplemento illustrato del Corriere della Sera. Stampata in grande formato, aveva 12 pagine e veniva distribuita gratis agli abbonati del Corriere, oppure si poteva acquistare in edicola per 10 centesimi. Non fu concepito come periodico di informazione, per non risultare un doppione del quotidiano. Venne pensato come «settimanale degli italiani». Doveva scandire, come un calendario, le loro giornate liete, le loro tragedie, i loro fatti piccoli e grandi. La prima e ultima di copertina erano sempre disegnate. Il Corriere si avvaleva di un giovane disegnatore, Achille Beltrame, allora sconosciuto, a cui veniva affidato in ogni numero il compito di rendere con la sua tavola il fatto più interessante della settimana. Dopo la sua morte nel 1945, fu sostituito da Walter Molino che, come il suo predecessore, firmò memorabili copertine. 

Lettura consigliata
La Domenica del Corriere - 26 giugno 1904

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martedì 16 giugno 2020

Vecchie Contrade Milanesi


VECCHIE CONTRADE MILANESI

Ogni città nasce con un suo punto prospettico nel quale, per una inattesa convergenza, si urtano e si fondono gli elementi più tipici: è lì che essa acquista il suo volto caratteristico. Ma questo volto è destinato a cambiare lentamente pel continuo variare di mille particolari; mutamente che, stemperato nel corso degli anni e dei secoli, è quasi inavvertito, proprio come la nostra fisionomia che trascina nella vecchiaia, guastandoli, i segni dell'età matura, nella quale, pur alterati, si possono riconoscere le stigmate della giovinezza.
Dov'è meglio documentata la storia d'una città in tutti i suoi aspetti civili, religiosi, politici, se non nelle sue contrade cioè nelle sue case dove, anche se i secoli le hanno distrutte, permane il ricordo delle vite che ci precedettero e dalle quali discesero a noi virtù e difetti, orgogli e miserie, errori e vittorie?
Milano ebbe sempre, e lo ha ancora, un destino di vivere in perpetua creazione, dando l'immagine di un arco che, alzandosi, si amplia.
Milano nella sua trasformazione ha conservato due caratteristiche che il piccone non demolirà mai: la larghezza espansiva del suo cuore e lo spirito arguto e bonario che l'hanno sempre qualificata per benefica e intelligente.

[...] è indubbio che le primitive abitazioni dell'originaria Milano devono essere state di legno. Qui il bosco era rigoglioso, quindi il materiale copioso e sottomano; d'altronde, per la scarsità delle strade, il loro cattivo stato e la distanza, mancava la possibilità di ricorrere alle colline, ai monti lontani per avere elementi e materiale per costruzioni solide e sicure. Ma per l'ubicazione originaria della città, in mezzo a vastissima pianura, che abbonda di strati argillosi, ab antiquo i Milanesi preferirono nelle costruzioni i mattoni, che si possono fabbricare e cuocere in luogo. [...]

[...] Quando si dice che i milanesi portarono ciascuno la propria pietra al Duomo, non si dice per allegoria. I cittadini andavano proprio a lavorare per niente, a scavare le fondamenta, a portar terre e mattoni; si erano ripartiti in schiere secondo le varie corporazioni artigiane: fabbri, macellai, fornai, armaioli, calzolai, tessitori, sellai, mugnai, pescatori, pellicciai. Oltre agli artigiani lavoravano un giorno gli avvocat


i, un giorno i medici, un altro gli speziali, e così via. Si vide recarsi al lavoro lo stesso Podestà con i magistrati della sua Curia, a dar di piglio alle zappe, e caricarsi sulle spalle le pietre destinate ad alzare le candide mura. Quando venne collocata la pietra dell'Altare Maggiore, davanti ad essa sedettero due cittadini che ricevevano le offerte e le registravano: i libri delle offerte che ancora si conservano negli archivi della Fabbrica dimostrano l'entusiasmo che aveva invaso ogni classe di cittadini. Le donne offrivano le vesti coi bottoni d'argento, le collane, i monili; gli uomini d'arme le loro spade; il contadino le capre, il frumento, le primizie; la massaia il paiolo, la tela, il lino. [...]

[...] è notissimo come le diverse arti e i diversi mestieri si raggruppassero in determinati punti colle officine, coi fondaci, coi lavoreri e più colle botteghe, in determinati punti, preferibilmente centrali, della città così da dar nome alle vie ove risiedevano. Ecco perché ancor oggi resistono nelle vecchie contrade superstiti i nomi di Orefici, Spadari, Armorari, Speronari, Fabbri, Pattari, ecc. Cesare Cantù ricorda che erano, al principio del secolo scorso - XIX - caratteristicamente occupate la piazza dei Mercanti da librai, quella del Duomo da fruttivendoli e rosticciai, piazza Fontana da venditori di tela e di poponi, commerci speciali scomparsi successivamente quando, per ordinanze municipali, vennero proibiti vetrine sporgenti e bottegucce e panchini sulle piazze. [...]

[...] Di quanto i nobili, o almeno una notevole parte di essi fossero avversi a Napoleone, lo dimostra il contegno della contessa Cicogna che non volle mai andare a ossequiarlo. Una sera la contessa sedeva nel suo palco alla Scala e, poiché ella era assai avvenente, Napoleone la fissava con una insistenza provocatoria, senza riuscire a farsi notare da lei, tanto che distolse forzatamente lo sguardo. Vicino alla contessa era, ancor giovinetto, il Manzoni il quale confessò molto più tardi di essersi ricordato di quello sguardo quando compose il "5 Maggio" e gli venne il verso: "chinati i rai fulminei". [...]


Lettura consigliata:
Vecchie contrade milanesi
Giovanni Cenzato
Edizioni Meneghine - 1962/2008 - 95 pag



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giovedì 11 giugno 2020

I tour di Laura - Casa Museo Villa Necchi Campiglio

I tour di Laura

VILLA NECCHI CAMPIGLIO


Appartata nel cuore di un signorile e tranquillo quartiere del centro milanese, Villa Necchi Campiglio venne progettata nei primi anni '30 dall’architetto Piero Portaluppi su incarico delle sorelle Nedda e Gigina Necchi e di Angelo Campiglio, marito di Gigina, esponenti di una borghesia industriale, legata specialmente alla produzione di macchine da cucire.
L'edificio è estremamente moderno con gli interni dotati di svariati comfort tra cui riscaldamento, porte scorrevoli, montavivande, ascensore.
Il piano terra fungeva da prestigiosa zona di rappresentanza, con il magnifico spazio con veranda sul giardino, quello superiore era adibito a zona notte. Il giardino è accompagnato dalla visione di una piscina (tra le prime private in città), e un campo di tennis oggi trasformato in padiglione per eventi.
Lo splendore degli arredi déco, degli oggetti d’uso e di importanti pezzi d’arte è stato impreziosito in tempi recenti dal lascito delle collezioni de’ Micheli e Gian Ferrari, ricche di opere: da Tiepolo e Canaletto fino a Sironi, De Chirico, Martini e Wildt. Dal novembre 2017 la villa si è arricchita della Collezione Guido Sforni (1935-1975): 21 opere su carta di grandi artisti del Novecento come Picasso, Fontana, Modigliani Matisse e altri. La Villa oggi è aperta a tutti, rispettando così il volere delle sorelle Necchi che nel 2001 affidarono la dimora al FAI proprio per farne un luogo da vivere...

Durata consigliata:
1h 30 minuti compreso di Villa e breve passeggiata nel quartiere
Prenota il tour con Laura scrivendo a lauramilanomonza@gmail.com